Stefania Bertazzon e Fabio Lando*

GIS e paesaggio: dalla scomposizione dei paesaggi reali alla creazione di paesaggi virtuali°

 

 

1. Introduzione

Prodotto di uno sforzo multidisciplinare protrattosi lungo gli anni 1950 e ’60, la cronologia ufficiale colloca la nascita del GIS nel Canada anglofono sul finire degli anni ’60. Il rapido sviluppo dell’informatica e la drastica riduzione dei prezzi di hardware e software durante gli anni ’80 sono alla base della poderosa diffusione del GIS nella ricerca geografica e in molti altri settori, cosiccome nella pratica professionale in campo ambientale, urbanistico, amministrativo.

In questo modo il GIS è entrato in molte branche della ricerca, anche di carattere più tradizionalmente umanistico quali l’urbanistica, l’ecologia del paesaggio, financo all’archeologia. Dopo le proficue esperienze del Nord America, infatti, l’ultimo decennio ha assistito ad un vero consolidamento del ruolo del GIS in tali discipline anche in Italia. In tali settori di ricerca lo studio e l’analisi del paesaggio rivestono un ruolo di primaria importanza, e il GIS fin qui si è proposto come uno strumento atto a migliorare i risultati della ricerca.

Nella fase storica odierna, in cui il GIS ha raggiunto la fase matura del proprio sviluppo, la comunità che in esso si riconosce si impone di riflettere sulla natura, la portata, gli impatti di tale disciplina non solo nell’ambito della geografia, ma sulla stessa società contemporanea. In quest’ottica, il presente contributo intende porsi come una riflessione non tanto sull’efficacia del GIS come strumento nella ricerca sul paesaggio, ma sul significato dell’uso dell’apparato concettuale sul quale il GIS si regge, e sulle implicazioni anche teoriche e metodologiche che questo induce su tale ricerca.

 

2. Il significato del GIS

Dare una definizione del GIS è compito difficile, per un insieme di ragioni: il suo carattere multidisciplinare, l’orientamento commerciale, la diversità dei campi d'applicazione e la relativa brevità della sua storia. Delle molte definizioni proposte, la più comunemente accettata è quella minimalista che definisce il GIS come "una raccolta integrata di hardware, software, dati e personale che operano in un contesto istituzionale" (Maguire, 1991). Tale definizione, quasi una tautologia, non chiarisce né il significato, né il contenuto del GIS, ma se questi sono i limiti entro cui si riesce ad esprimere ciò che il GIS è, si possono forse ottenere migliori risultati definendo ciò che il GIS fa. Secondo un approccio strutturale, i Sistemi d’Informazione Geografica (GIS) sono un particolare tipo di Sistemi d’Informazione (IS). L’attributo distintivo degli IS Geografici è l’attenzione preminente da essi posta sulle entità e le relazioni spaziali (Maguire, 1991; Bertazzon e Waters, 1996).

Che cosa dunque è in grado di fare un GIS, che un altro IS non sia in grado di fare? Se la caratteristica principale di un GIS è l’attenzione preminente posta sulle entità e le relazioni spaziali, che cosa distingue un GIS da un software per la produzione di cartografia? Una capacità distintiva del GIS è l’attenzione specifica posta sulle operazioni di analisi e modellizzazione spaziale (Maguire, 1991): queste funzioni non possono essere espletate da pacchetti di cartografia. Quindi è questa capacità, o funzione, che distingue chiaramente un GIS da un pacchetto di cartografia. Ma le funzioni analitiche del GIS lo avvicinano ai pacchetti di statistica: qual è qui la differenza? L’elemento distintivo è che il GIS, diversamente dai pacchetti statistici, richiede l’accesso non solo al dato attributo, ma anche al dato geografico, o locazionale. Analogamente il GIS presenta elementi in comune con i CAD (Computer Aided Design), ma, diversamente dai CAD, il GIS può immagazzinare dati locazionali e dati attributo in un database ed utilizzarli per realizzare operazioni analitiche.

Proseguendo nella ricerca delle funzioni uniche del GIS, continuano dunque ad emergere due elementi, che differenziano il GIS da ogni altro sistema: la funzione di gestire dati geografici, e la funzione di analizzarli. Una distinzione chiara tra GIS ed ogni altro IS si ottiene solo se si considerano queste due funzioni congiuntamente, cosicché l’elemento unico e distintivo dell’IS Geografico emerge chiaramente, ed è la funzione di analizzare dati geografici.

Dunque i Sistemi d’Informazione Geografica sono ben più che strumenti per gestire e mappare dati spaziali: essi sono in realtà dei Sistemi di Supporto alle Decisioni (DSS), studiati specificamente per decisioni che comprendono elementi spaziali. Essi sono, allora, SDSS: Spatial Decision Support Systems. Lo sviluppo di un DSS comporta, oltre gli elementi tecnici, un apparato concettuale che comprende la conoscenza del contesto e la capacità di valutare rischi, conseguenze ed impatti di ogni decisione alternativa (Beaumont, 1991; Fotheringham, 1991). Centrale allo sviluppo dei SI Geografici, e al loro uso, è quindi un intero apparato concettuale, non meno dell’expertise spaziale, cui gli aspetti tecnici fanno solo da supporto.

 

3. Il metodo del GIS

Se è importante definire ciò che il GIS fa, non meno importante è soffermarsi sul come lo fa, ossia sui presupposti logici e metodologici sul quale lo strumento GIS poggia. Dunque i GIS sono sistemi per la gestione delle informazioni, o dati spaziali; essi sono (almeno negli ultimi due decenni) esclusivamente sistemi informatizzati, capaci di produrre analisi e rappresentazioni di quei dati spaziali.

La chiave per ottenere tali risultati è l’uso di un database che contenga sia dati propriamente geografici che dati attributo. I dati geografici, o locazionali, o spaziali, sono riferiti a precisi punti della superficie della terra e codificati con riferimento ad un qualsiasi sistema di coordinate spaziali (tipicamente latitudine e longitudine), tramite un’operazione chiamata georeferenziazione.

Accanto ai dati spaziali, il database contiene un insieme di dati attributo, che contengono informazioni sulle caratteristiche rilevanti dei luoghi georeferenziati.

I dati spaziali e i dati attributo sono collegati in maniera biunivoca tramite un codice identificativo che lega in maniera inequivocabile ciascun dato spaziale col rispettivo insieme di dati attributo. La Tabella 1 fornisce un esempio di tabella di dati spaziali ed attributo creata dal pacchetto ArcInfo.

Tabella 1: Esempio di dati geografici e attributo usati in un GIS

Le colonne di sinistra della tabella riportano dati geografici: coordinata X (longitudine), coordinata Y (latitudine), area e perimetro; le colonne di destra dati attributo: nome, reddito nel ’91, popolazione nel ’91 e nel ’96. La colonna centrale in grassetto contiene il codice ID (identificativo) che consente di legare univocamente i dati geografici a quelli attributo. Una prima caratteristica importante del metodo del GIS è dunque quella di operare una distinzione logica e rigorosa tra la parte geografica e la parte non–geografica di ciascun dato.

Le righe contengono zone di censimento nella provincia canadese dell’Alberta. Tali zone sono evidentemente rappresentate nel database da poligoni, di cui infatti vengono dati area e perimetro. Allo stesso modo, tutti gli elementi geografici della realtà, quali città, fiumi, parchi, vengono rappresentati da elementi geometrici primitivi: punti, linee, poligoni. Il GIS poggia infatti su un modello, che contiene la rappresentazione simbolica di proprietà locazionali (dove), e di attributi tematici (che cosa) e temporali (quando) (Berry, 1995). Il modello concettuale del GIS si compone dunque di entità, o elementi della realtà, oggetti, o elementi rappresentati nel database, e simboli, che rappresentano gli oggetti/entità.

Così gli attributi (popolazione, portata, livello d’inquinamento) sono rappresentati da misure quantitative, che possono essere su scala nominale (tipicamente classificazioni binarie, urbano/rurale, maschio/femmina) ordinale (in cui gli attributi vengono ordinati secondo una gerarchia, ma non vi è modo di sapere di quanto un valore sia superiore a quello che lo precede), o su scale metriche, a loro volta suddivise in misure ad intervalli (in cui gli intervalli sono costanti ma lo zero è arbitrario, ne sono esempi tipici le scale Celsius a Farenheit per la misura della temperatura), o in fine su scale razionali (in cui si dà anche uno zero assoluto per cui è possibile raffrontare valori calcolandone il rapporto) (Earickson e Harlin, 1994). Il significato di tali scale di misura è quello di precisare come un database GIS sia in grado di contenere e definire in maniera rigorosa l’intera gamma di misure, da quelle puramente qualitative, fino a quelle quantitative, ma tutte quantificate secondo criteri rigorosi.

Una seconda operazione essenziale del metodo del GIS è la strutturazione logica dei dati attributo secondo la loro natura e la loro organizzazione in strati indipendenti, o layers come evidenziato in Fig. 1.

Figura 1: organizzazione dei dati attributo in layers. Fonte: ESRI, 1995

Con questa seconda operazione, gli elementi della realtà che appaiono all’osservatore, nel "mondo reale", come un insieme di elementi intrecciati ed appartenenti ad un luogo geografico, vengono scomposti, scissi, gestiti in un database, organizzati secondo la loro posizione geografica, ma da questa svincolati, e trattati come una serie di strati separabili e sovrapponibili. Sulla base di tale organizzazione e rappresentazione è dunque possibile compiere operazioni analitiche, ma anche incrociare dati di natura diversa (dati statistici, foto aeree, grafici vettoriali). Le operazioni eseguibili vanno dalle banali (ma diffusissime) operazioni di sovrapposizione (overlay) e ‘buffering’ (definizione di aree di contorni), fino alle più complesse operazioni di analisi statistica e spaziale (tuttavia assai meno comuni delle prime).

Il funzionamento del GIS, pur se utilizza modelli di dati diversi (raster, vettori, linguaggi ad oggetti), poggia comunque su questa struttura concettuale, e tutte le operazioni analitiche che fornisce discendono da tale specificazione del modello e del database.

Lo studio del paesaggio effettuato tramite il GIS avviene dunque all’interno della struttura logica e concettuale appena definita. La necessità di misurare gli attributi, di separarli dal luogo di appartenenza, e soprattutto di scindere i diversi attributi di una medesima localizzazione, fanno sì che il GIS sia in grado di studiare non già un paesaggio, ma solo gli elementi che lo compongono, e solo all’interno di una struttura concettuale rigida e, come si vede, definita a priori.

Lo studio del paesaggio tramite GIS si esaurisce necessariamente a quella parte del paesaggio che può essere misurata, sia pure su una scala nominale, ma questa necessità esclude necessariamente dall’analisi tutti gli aspetti che a tale operazione di misura non si prestano, ivi compresi i significati culturali che saranno discussi nel prossimo paragrafo.

Anche se nelle discipline esaminate il GIS è considerato solo come uno strumento, l’apparato concettuale su cui esso poggia, induce implicazioni profonde sul modo in cui il paesaggio viene trattato e, di conseguenza, sui risultati che il suo uso strumentale produce.

 

4. Il moderno concetto di paesaggio

Paesaggio è un termine polisemico con una vasta pluralità di significati. Quasi ogni settore del sapere, e non solo le "scienze umane", lo usa interpretandolo ed attribuendogli propri contenuti semantici; inoltre anche all’interno dello stesso pensiero geografico è difficile attribuirgli una definizione univoca1.

In questi ultimi anni "il paesaggio" è, inoltre, divenuto un tema di ricerca sempre più importante in seguito al generale spostamento di interesse verso il suo studio2 che caratterizza l’area di sovrapposizione fra varie ed importanti scuole geografiche, di matrice anglosassone3. Fra queste è proprio la moderna geografia umanistica4 che ha ripreso ad analizzarlo cercando di interpretarlo non tanto in funzione della sua capacità descrittiva quanto, e principalmente, in base alle sue assunzioni ideologiche ed ai valori e significati ad esso pertinenti.

Alcuni studiosi, geografi umanisti di scuola prevalentemente inglese che fanno riferimento al "materialismo storico" (Daniels, 1989), hanno ripreso il vecchio concetto del Paesaggio Culturale, della scuola saueriana, caricandolo di nuovi significati5. Così per Denis Cosgrove, il capofila di questo gruppo, il paesaggio è "un’idea", un modo di vedere, una sofisticata e precisa "ideologia visuale" in quanto capace di rappresentare "il modo in cui certe classi di persone hanno significato sé stesse ed il loro mondo attraverso la loro relazione immaginata con la natura, e attraverso cui hanno sottolineato e comunicato il loro ruolo sociale e quello degli altri rispetto alla natura esterna" (Cosgrove, 1990, p.35). Questa "idea di paesaggio", "emersa come dimensione della coscienza... [di una precisa formazione sociale]... ha espresso e sostenuto una serie di assunzioni politiche, sociali e morali ed è stata accettata come un aspetto importante del gusto" (Cosgrove, 1990, p.23). Per questo gruppo di ricercatori non è sufficiente analizzare il paesaggio solo nei suoi aspetti "visivi" quelli cioè legati alle componenti fisico–naturaliste e storico–sociali, connesse alla "cultura materiale del gruppo che l’ha formato"6. Sono invece i valori, le rappresentazioni ed i significati che ricoprono e si sovrappongono agli aspetti strutturali –gli elementi naturali e le attività economiche– che, secondo questo modo di interpretare, devono essere considerati, quali elementi portanti delle analisi del paesaggio.

Eloquente al riguardo è la definizione di paesaggio datane dallo stesso Denis Cosgrove "composto di tre elementi: i caratteri fisici e tangibili di un’area... le attività misurabili dell’uomo; i significati o simboli impressi nella coscienza umana"7. E’ appunto la terza dimensione, il significato simbolico, che questo gruppo di studiosi cercherà sempre di analizzare in quanto è essa che dà al paesaggio una precisa connotazione sia ideologica sia artistica8.

La definizione, che Denis Cosgrove fa sua, è stata prima elaborata da Edward Relph9 ma da lui in seguito usata esclusivamente per definire il luogo: il place dei geografi umanisti di indirizzo fenomenologico10, il più noto e il più importante filone di pensiero della geografia umanista nordamericana. Questi studiosi utilizzano prevalentemente place (luogo) quasi abbandonando landscape (paesaggio) dato che quest’ultimo termine è –sempre in ambiente nordamericano– visto come indissolubilmente connesso al cultural landscape elaborato dalla tradizionale scuola saueriana di Berkeley e modellato sul concetto kroeberiano di cultura11. A parer mio, i due termini –place e landscape– non si escludono a vicenda e, tenendo conto che l’approccio fenomenologico di questa scuola di pensiero è fortemente connesso alla géographicité di Eric Dardel12, è sicuramente possibile utilizzarli come sinonimi.

Di fatto però questi due indirizzi della Geografia Umanista –lo storicista inglese ed il fenomenologico nordamericano– sono legati dal desiderio di interpretare e capire, pur nella diversità dell’orientamento filosofico, i diversi valori, simboli e significati che le varie società hanno dato o impresso sul luogo o paesaggio.

Accettando quindi la definizione di Relph–Cosgrove il paesaggio si può interpretare come composto da tre elementi: una base naturale –lo statico scenario– su cui è organizzata una struttura socio–economica –le molteplici attività umane– ed un insieme di significati –il genuis loci ed i simboli ad esso connessi– impressi dalla cultura della società che ivi opera.

Il primo, lo statico scenario naturale, esprime le proprietà naturali del paesaggio che sono legate o alla posizione in un ambito ben preciso o derivano dalle proprietà materiali: il paesaggio, sotto questo aspetto possiede delle precise componenti legate alla struttura morfologica, all’origine del suolo ed alle influenze climatiche.

Le molteplici attività umane –il secondo elemento di riferimento– riguardano le proprietà organizzative del gruppo e sono legate ai bisogni di sopravvivenza e di riproduzione. Nei confronti di una qualsiasi esteriorità appaiono come una struttura unitaria e globale avente valore sia per l’unitarietà di funzionamento conferita (paesaggi agrari), sia per l’affermazione di un sentimento di appartenenza con le rivendicazioni territoriali ad esso collegate (territorio del gruppo). Questo secondo elemento del paesaggio viene, in genere, connesso ai diversi tipi di usi del suolo legati alle utilizzazioni economiche –agricoltura, industria o residenze– che il gruppo o la società mette in atto sul proprio territorio oppure ai segni –campi, edifici o strade– incisi dalla cultura materiale.

Il terzo elemento è definito dai significati e simboli che la cultura non materiale ha impresso sui due elementi precedenti rendendoli, così, interpretabili dal e con il pensiero. Costituisce la "costruzione linguistica del mondo" di C. Raffestin (1986), appartiene sicuramente al "processo di strutturazione" di A. Turco (1988) ed è interpretabile attraverso la gamma delle relazioni che definiscono i vincoli di appartenenza territorio/società: la denominazione, l’inscape, il genuis loci ed i molteplici significati, propri della cultura non materiale, che qualsiasi società radica nel paesaggio.

Questi tre elementi –lo scenario fisico, le attività ed i significati– sono inseparabilmente intrecciati nelle nostre esperienze, sono sempre pensati essere in stretta relazione tra loro in quanto esprimono, ma anche sono espressione, sia del palinsesto dei valori passati sia del dispiegarsi dei valori attuali. Per questo è possibile, nota Edward Relph (1976, p.48), "che essi costituiscano una serie di processi dialettici [dialectics] formanti una struttura comune" e che siano quindi questi "dialectics" che definiscono e costituiscono, nel loro vario combinarsi, l’identità di quel luogo o paesaggio.

E’ ben vero che queste scuole di pensiero puntano molto sulle terza dimensione, cioè sul suo significato simbolico, che dà al paesaggio una precisa connotazione artistica che va ben oltre "ciò che si vede". Ma, come nota Eric Dardel "piuttosto che essere un contrappunto di dettagli pittoreschi, il paesaggio è un insieme: una convergenza, un momento vissuto. Un legame interno, una ‘impressione’, unisce tutti gli elementi" (Dardel, 1986, p.33). Non è quindi, nella sua essenza, fatto solo per essere guardato ma rappresenta l’inserirsi dell’uomo, della società, con il suo fare ed il suo pensare, nel mondo: rappresenta il luogo della lotta per la vita, la base del suo essere sociale, la manifestazione del suo rapportarsi agli altri. Ma ancora di più, appunto per le sue valenze estetiche, "il paesaggio presuppone quindi una presenza dell’uomo, anche là dove essa prende la forma dell’assenza. Essa parla di un mondo in cui l’uomo realizzava la propria presenza come esistenza circospetta e indaffarata" (Dardel, 1986, p. 35).

 

5. Il metodo del GIS e lo studio del paesaggio

Nei paragrafi precedenti si è voluto proporre una definizione prevalentemente metodologica di GIS. Dalla definizione di tale metodologia come un’operazione di scissione degli attributi, ossia degli elementi del paesaggio, dai loro luoghi e gli uni dagli altri in un database relazionale, consegue che l’oggetto di studio del GIS non è, né può essere il paesaggio, ma soltanto gli elementi che lo compongono, trattati e considerati proprio come elementi separabili e in certa misura indipendenti. La seconda implicazione di tale metodologia è la necessità di misurare e quantificare gli attributi dai dati spaziali, così come è stata discussa nei paragrafi precedenti. Necessità quest’ultima imposta non già dalla funzionalità del mezzo elettronico che ormai fa da supporto imprescindibile a tutti i moderni GIS, ma da esigenze metodologiche e concettuali.

Dunque lo studio condotto con lo strumento GIS non può essere lo studio del paesaggio inteso nel complesso dei suoi tre elementi, ma lo studio degli elementi misurabili del paesaggio. Con questa precisazione, ed entro i limiti definiti dalle considerazioni espresse più sopra, il GIS è da ritenersi un utile ed efficace strumento analitico. In questo senso la funzionalità del calcolatore, lungi dall’imporre limiti metodologici e concettuali, serve ad incrementare, ma solo in senso quantitativo, le capacità analitiche, quelle relative alla gestione del database, e quelle grafiche del GIS13.

Studi che utilizzano il GIS si ritrovano ad esempio nell’ambito della landscape ecology14 , ma non si tratta in questi casi di studi del paesaggio, così come è stato inteso nel paragrafo precedente, quanto piuttosto di studi applicati alle relazioni tra le sue componenti. In questo caso il GIS diventa uno strumento estremamente utile per la gestione dei beni paesaggistici e ambientali. Oltre a rappresentare gli elementi del paesaggio, un GIS può essere usato come strumento di gestione, per prevedere le conseguenze di un intervento proposto, per valutare i risultati di interventi attuati, e per confrontare interventi alternativi (Coulson et al., 1991).

Nella recente seconda edizione dell’autorevole raccolta in materia di GIS curata da Maguire, Goodchild e Longley trova posto un contributo di R. J. Aspinall (1999, pp. 967-980) sul GIS e la conservazione del paesaggio. Collocandosi più direttamente all’interno della tradizione geografica, pur nell’interdisciplinarietà del GIS, in questo contributo viene citata tra i principi per un GIS nella conservazione del paesaggio "la tradizione della geografia come scienza integrante che enfatizza i concetti spaziali e considera il ‘paesaggio’ oggetto di analisi".

Il concetto di Landschaft nella lingua tedesca (ampiamente corrispondente all’inglese landscape) indica, come nota R.J. Aspinall (1999, p. 969), "una regione geografica definita in maniera scientifica" ed è un concetto che copre dagli approcci sistematici e regionali fino all’indagine geografica. Questo rimane un ruolo necessario con l’avvento e l’applicazione del GIS poiché la gestione dei dati ed i meccanismi analitici forniti tramite il software GIS forniscono un ambiente all’interno del quale il regionale (descrizione di dati) ed il sistematico (processi tematici) possono essere collegati.

Lo studio del paesaggio può essere applicato a diverse specificazioni, o categorie, quali le cinque citate da R. J. Aspinall (1999, p.969): morfologia (forma e struttura spaziale dei fenomeni); ecologia (interrelazioni funzionali); cronologia (sviluppo di regioni nel corso del tempo); regionalizzazione; classificazione. Nella scientificità del suo approccio, l’applicazione del GIS presenta oggi diversi gradi di sviluppo: scarsi sono quelli relativi al tema della conservazione del paesaggio, significativi sono invece quelli registrati in materia di ecologia del paesaggio, in cui il GIS finora è usato per descrivere ed analizzare la struttura degli habitat e per l’applicazione di modelli relativi alle dinamiche delle popolazioni; sono state infine sviluppate tecniche per la descrizione dell’evoluzione delle forme del paesaggio.

Come ancora nota R. J. Aspinall (1999) un GIS che possa produrre regionalizzazioni e classificazioni di paesaggio alternative sarebbe un utile strumento di management nelle attuali strutture decisionali per la conservazione del paesaggio. Il moltiplicarsi degli sforzi per collegare il GIS alla modellizzazione ambientale e di sviluppare metodi di analisi delle forme (pattern) spaziali suggeriscono un ruolo potenziale per il GIS per la sua potenzialità di fornire metodi analitici rigorosi per esplorare ‘pattern’ e processi a varie scale di paesaggio.

 

6. Paesaggi presenti e passati: dall’archeologia al postmoderno

Nelle sue cinque categorizzazioni del paesaggio R.J. Aspinall (1999) cita la cronologia del paesaggio, che definisce come lo sviluppo di regioni nel corso del tempo. In questo stesso filone vale la pena di citare alcuni contributi15 sulla ricerca sui paesaggi del passato in cui il software GIS viene usato per ‘scoprire’ una struttura relazionale (prossimità nello spazio che non potrebbe essere osservata senza uno strumento ‘scientifico’ (Barcelò e Pallares, 1998). Tuttavia Barcelò e Pallares (1998) lamentano la riduzione dello studio delle relazioni tra società (passate) e paesaggio a quelle tra società e risorse nella ricerca condotta mediante il GIS. "Anche se gli attuali progetti GIS dovrebbero essere orientati allo studio delle relazioni tra Società e Spazio, questo studio viene spesso sostituito da quello delle relazioni tra Società e Paesaggio. Il concetto di "Paesaggio" è considerato come l’umanizzazione dello spazio fisico, ossia, le risorse necessarie che le società umane "usano" dalla superficie della terra per la loro sopravvivenza e riproduzione" (Barcelò e Pallares, 1998).

Degna di nota in questo filone di ricerca è anche la pubblicazione di una rivista elettronica sulle dinamiche del paesaggio (URL: http://www.evoluzioni.com) in cui vengono presentati contributi che fanno largo uso del GIS. Il formato elettronico della pubblicazione si presta particolarmente alla presentazione di strumenti GIS quali mappe dinamiche e/o interattive, nonché a più semplici operazioni di zoom-in/zoom-out. Anche se queste potenzialità non sono implementate nel sito della rivista, la ricerca presentata offre comunque elementi d’interesse, e al di là degli articoli proposti, è interessante notare l’importanza riservata allo studio delle dinamiche del paesaggio e all’impiego del mezzo elettronico oltre a quello del GIS.

Un altro aspetto legato alla cronologia del paesaggio e alla sovrapposizione di paesaggi diversi nel corso del tempo rimanda all’affermazione di Vallega (1999, p. 91), secondo cui il paesaggio postmoderno "risulta il prodotto di intersezioni culturali, in cui il tempo si trova compresso a causa della compresenza di strati culturali diversi" allora è possibile concepire il GIS come uno strumento per analizzare proprio questo tipo di paesaggi, e paradossalmente, il GIS diviene uno strumento per analizzare (nel senso greco – sciogliere) il coacervo di elementi, fino a poterne suggerire una interpretazione che restituisce ordine e tempo a quel paesaggio, però fa questo attraverso un metodo ed una logica che sono profondamente moderni.

Se poi "così tali paesaggi evocano l’effimero, la fantasia, l’immaginazione della realtà, fino ad identificare la realtà con l’immaginazione della realtà" quale strumento meglio del GIS è in grado di "manufacture", fabbricare, una realtà immaginaria o immaginata, dandole credibilità e spessore fino a farla coincidere virtualmente con la realtà?

 

7. Da landscape a Netscape: geografia e paesaggio del cyberspazio

Più sopra si è definito il GIS come un caso particolare di Sistema d’informazione (IS). Alternativamente, esso può essere considerato un caso particolare S(ystems) della GI (Geographical Information), che, assieme ad altre metodologie, fa parte delle cosiddette GIT (Geographical Information Technologies), che, a loro volta, non sono che un caso particolare di IT, ossia di tutto quell’insieme di mezzi, tecnologie, e protocolli noti come Information Technologies. Tra tali tecnologie spiccano Internet, la rete globale (dall’inglese net – rete), e WWW (World Wide Web – una Ragnatela Grande quanto il Mondo), termini spesso usati –a torto- in maniera intercambiabile. E tra le direzioni oggi più promettenti del GIS è il cosiddetto webGIS, che corrisponde alla possibilità di eseguire operazioni tipiche della funzionalità del GIS in rete. Utilizzando tale tecnologia, ciascuno può usare il proprio PC come una sorta di terminale, o più precisamente un client che comunica con un server, in cui risiede il software che elabora i dati e restituisce un output al client. Tra gli aspetti critici di tale tecnologia è la condivisione dei dati (spaziali e attributo) sulla/nella rete, non solo con riferimento agli aspetti tecnici, pur complessi, di tale condivisione, ma anche e soprattutto relativamente alle problematiche logiche e concettuali e alle conseguenze ideologiche e sociali della condivisione, scambio, ed elaborazione dei dati geografici. Ma se solo di recente si è cominciato a discutere della condivisione dei dati e dell’implementazione delle tecnologie GIS sulla rete globale, da lungo tempo il linguaggio della rete si avvale di terminologia e metafore squisitamente geografiche. L’esistenza di un cyberspazio e i problemi da questo sollevati sono importanti anche per la ricerca geografica, e possono essere affrontati da diversi punti di vista. Secondo Kitchin (1998) "le relazioni tra spazio e cyberspazio sono importanti e c’è davvero la necessità di comprendere, mappare e decostruire la spazialità complessa del cyberspazio". A noi pare che, in veste di tecnologia dell’informazione geografica (GIT), il GIS possa essere visto come un ponte naturale tra la geografia e le tecnologie dell’informazione.

Molti avranno forse già riflettuto sul linguaggio, divenuto ormai comune, secondo cui in Internet si naviga16, utilizzando strumenti software dai nomi evocativi di Navigator, o Explorer che ci permettono di raggiungere diversi siti; i relativi files, nei moderni sistemi operativi, sono rappresentati da icone altrettanto suggestive, quali una barra di timone o un globo terrestre al centro di un documento; e mentre la memoria del nostro computer è al lavoro, noi, gli utenti, siamo intrattenuti da luoghi animati: l’iniziale ‘e’ del pacchetto di Explorer si trasforma in una Terra che ruota, mentre per Netscape una pioggia meteorica cade sulla superficie di un pianeta dominato da una gigantesca N.

Sono chiare in questo linguaggio le allusioni, seppure virtuali17, ad una particolare idea di viaggio, il cui protagonista si trova in un punto (di osservazione) da cui domina l’intero pianeta ed ha a disposizione un mezzo (di trasporto) capace di portarlo in un qualsiasi altro punto sulla superficie (e oltre) di quel pianeta in tempo reale, o, con una più efficace espressione inglese, in no time. Egli è quindi fuori dal pianeta, nello spazio o in un iperspazio virtuale, e i suoi viaggi si compiono fuori, oltre lo spazio e il tempo, in una dimensione in cui il tempo non esiste e lo spazio è tanto immaginario quanto reale, virtuale, appunto.

Per conoscere, descrivere e comunicare non solo il viaggio, ma anche il mondo virtuale in cui esso si svolge, non si è trovato linguaggio migliore di quello della geografia, che ben serve a descrivere e conoscere quella Terra e quel viaggio su di essa che nell’esperienza di ciascuno sono irrimediabilmente rinchiusi entro i limiti dello spazio e del tempo.

Per compiere questi viaggi virtuali ci servono strumenti informatici, pacchetti software che vanno sotto il nome di Internet browser, che con la loro metafora geografica fungono da interfaccia e via d’accesso (gateway) tra la nostra fisicità e il mondo virtuale della rete.

Il mercato dell’informatica di massa è oggi dominato da un leader incontrastato (Microsoft), ma l’unico settore del mercato in cui Microsoft conosce un valido concorrente18 è proprio quello, fondamentale, degli internet browsers. Il browser concorrente porta un nome che stimola la nostra discussione: Netscape.

Il riferimento alla parola landscape è indubbio e l’Oxford Concise Dictionary (1990) definisce il termine –scape nei composti "un suffisso che forma dei nomi che denotano una visione (view) o una rappresentazione di essa" e fornisce quali esempi moon-scape e sea-scape. Può giovare osservare che lo stesso Oxford Dictionary definisce landscape come "natural or imaginary scenary, as seen in a broad view". Il che ci porta necessariamente a consultare il termine scenery, che viene definito come "the general appearance of the natural features of a landscape, esp. when pictoresque". Pur nell’apparente circolarità, tali definizioni sembrano condurre al concetto di un landscape composto di features con una propria appearance – ossia di un paesaggio composto di elementi caratterizzati dalla propria apparenza. Netscape dunque si riferisce ad un presunto paesaggio della rete, che quindi dev’essere dotato di suoi propri elementi, ciascuno con la propria rispettiva apparenza.

Forse alcuni veterani fra i navigatori virtuali ricorderanno che ai primordi (prima del 1993) accedere ad Internet significava entrare in Telnet e digitare le stringhe di comando relative ai protocolli FTP e HTTP, per ottenere la restituzione di anonimi file in uniforme formato ASCII. Internet era così riservato a chi "sapeva di computer" ed era disposto a cercare informazione tra quelle righe omogenee di testo privo addirittura di formati, oltre che di immagini e colori.

Il salto di qualità fu compiuto dalla NCSA (National Center for Super Computer Applications) che nel febbraio 1993 lanciò la prima versione alpha di quello che fu, di fatto, il primo browser grafico19 per PC, rivoluzionario predecessore di Netscape, che si chiamava Mosaic20.

L’evoluzione del nome degli Internet browsers ci ha portato dunque da un Mosaico, ad un Paesaggio–della–Rete (Netscape), che nelle ultime versioni (4 e superiori) si propone come un Navigatore21. A questa idea la concorrenza ha risposto con un Esploratore.

Pochi sono ormai i dubbi sull’esistenza reale del mondo virtuale di Internet22, ma esiste allora anche un paesaggio reale della rete? Quali ne sono le caratteristiche? Come si rapporta, sia oggettivamente che nella soggettività di chi lo percepisce, al paesaggio dei luoghi tradizionali e reali? Si tratta certo di un paesaggio artificiale, ma fatto di rappresentazioni e metafore del paesaggio e della geografia tradizionali. Le rappresentazioni, nel nostro computer di casa, sono limitate a quanto può essere percepito dai nostri sensi della vista e dell’udito, ma la realtà virtuale è già a portata di mano su Internet, e con semplici estensioni ai browser tradizionali è possibile leggere i file VRML (Virtual Reality Modeling Language). Questo paesaggio virtuale è veramente costruito degli elementi e della loro apparenza presi dalle esperienze del mondo reale e "ri-assemblati", trasposti addirittura in un mondo diverso da quello dell’esperienza tradizionale. Qui davvero è all’opera il metodo del GIS, che scinde dai luoghi i loro attributi, e poi li separa ancora in insiemi logicamente coerenti, fino a proporne sintesi nuove nel non-tempo, nel non-spazio, e financo nel non-mondo dove a non essere negata è proprio la geografia.

 

8. Conclusione

Il metodo del GIS opera scindendo gli attributi dai luoghi, ed organizzando tali attributi su piani indipendenti. Esso inoltre si avvale di dati che necessitano di una qualche forma di quantificazione. In questo modo il GIS diventa uno studio degli elementi del paesaggio e non del paesaggio in quanto tale.

Pur entro questi limiti, le capacità analitiche e previsive del GIS ne fanno uno strumento importante negli studi sulla conservazione del paesaggio. Rimane da esplorare il terreno della ricerca squisitamente geografica sul paesaggio.

Un filone di ricerca di un certo peso è quello dello studio della cronologia e le dinamiche del paesaggio, sviluppatosi nell’ambito della ricerca archeologica. Quest’ordine di considerazioni può fornire spunti interessanti per lo studio dei paesaggi postmoderni. Sia la ricerca archeologica sia quella (possibile) postmoderna, conducono alla ricostruzione di paesaggi, spingendo la funzionalità del GIS sul terreno virtuale.

Nello spazio, o meglio nel non–spazio virtuale proprio la metodologia, l’apparato concettuale, e le tecnologie del GIS sembrano essere gli strumenti davvero all’opera non già nello studio ma nella stessa definizione dei paesaggi virtuali. La metafora geografica nel linguaggio della rete e l’uso più o meno inconscio della terminologia legata al paesaggio hanno forse inconsapevolmente forgiato dei paesaggi virtuali, la cui costruzione appare esattamente come un prodotto della metodologia del GIS ottenuto astraendo elementi dei paesaggi reali e ri-assemblandoli nei paesaggi virtuali del non–spazio o del cyberspazio.

 

Bibliografia

Agnew, J.A., Duncan, J.S. (1981) "The transfer of ideas into Anglo-American human geography", Progress in Human Geography, vol. 5, pp. 42-57.

Aspinall, R. J. (1991) "GIS and Landscape Conservation", in Maguire, D. J., Goodchild, M. F. e Rhind, D. W., Geographical Information Systems, Londra: Longman, vol. 1, pp. 967-980.

Barcelò, J. A., Pallares, M. (1998) "Beyond GIS: The Archaeology of Social Spaces", Archeologia e calcolatori, vol.9, pp.47-80.

Barnes, T.J., Duncan, J.S. (1992) Writing Worlds: Discurse, Text and Metaphor in the Representation of Landscape, Londra New York: Routledge.

Beaumont, J.R. (1991) "Spatial Decision Support Systems: Some Comments with Regard to their Use in Market Analysis", Environment and Planning A, vol. 23, pp. 311-317.

Berry, J. K. (1995) Spatial Reasoning for Effective GIS, Fort Collins, Colorado:GIS World Books.

Bertazzon, S., Waters, N.M. (1996) "Immaginazioni GISgrafiche", Geotema, vol.6, pp.27-33.

Capel, H.(1987) Filosofia e scienza nella geografia contemporanea, Milano: Unicopli.

Cosgrove, D., Daniels, S. (eds) (1988) The iconography of landscape. Essays on the symbolic representation, design and use of past environment, Cambridge: Cambridge University Press.

Cosgrove, D., Jackson, P. (1987) "New directions in cultural geography", Area, vol.19, pp. 95-101.

Cosgrove, D. (1983) "Towards a radical cultural geography: problems of theory", Antipode, vol.15, pp.1-11.

Cosgrove, D. (1990) Realtà sociali e paesaggio simbolico, Milano: Unicopli.

Cosgrove, D. (1993) The palladian landscape, Leicester: Leicester University Press.

Coulson, R. N., Lovelady, C. N., Flamm, R. O., Spradling, S. L., Saunders, M. C. (1991) "Intelligent Geographic Information Systems for Natural Resource Management", in Turner, M. G., Gardner, R. H. (eds) Quantitative Methods in Landscape Ecology, New York : Springer-Verlag.

Daniels, S., Cosgrove, D. (1988) "Introduction: iconography and landscape", in Cosgrove, D., Daniels, S. (eds) The iconography of landscape. Essays on the symbolic representation, design and use of past environment, Cambridge: Cambridge University Press, pp.1-10.

Daniels, S. (1985) "Arguments for a humanistic geography", in Johnston, R.J. (ed.) The future of geography, Londra: Methuen, pp.143-158.

Daniels, S. (1986) "Marxism, culture and the duplicity of landscape", in Peet, R., Thrift N. (eds) New models in geography. The political-economy perspective, Londra: Unwin Hyman, vol.1, pp.196-220.

Daniels, S. (1989) "Marxism, culture and the duplicity of landscape", in Peet, R., Thrift, N.(eds), New models in geography. The political-economy perspective, Londra: Unwin Hyman, vol.1, pp.196-220.

Dardel, E. (1986) L’uomo e la terra, Milano: Unicopli.

Duncan, J.S., Duncan, N.G. (1988) "(Re)reading the landscape", Environmental and Planning D: Society and Space, vol. 6, pp. 117-126.

Duncan, J.S., Ley, D. (eds) (1994) Place/Culture/Representation, Londra: Routledge.

Duncan, J.S. (1980) "The superorganic in american cultural geography", Annals of the Association of American Geographers, vol. 70, pp. 181-198.

Duncan, J.S. (1981) "Comment in reply", Annals of the Association of American Geographers, vol. 71, pp. 289-291.

Duncan, J.S. (1992) "Re-presenting the landscape: problems of reading the intertextual", in Mondada, L., Panese, F., Södeström, O., Paysage et crise de la lisibilité. De la beauté à l’ordre du monde, Lausanne: Université de Lausanne, Institut de Géographie, pp. 81-93.

Earickson, R. J., Harlin, J. M. (1994) Geographic Measurement and Quantitative Analysis, New York : Macmillan College Publishing Company.

Fotheringham, A.S. (1991) "Some Random(ish) Thoughts on Spatial Decision Support Systems", Environment and Planning A, vol. 23, pp.1699-1700.

Gold, J.R. (1985) Introduzione alla geografia del comportamento, Milano: Angeli.

Kitchin, R. M. (1998) "Towards a Geography of Cyberspace", Progress in Human Geography, vol. 22, pp. 385-406.

Lando, F. (1995) "Paesaggio e Geografia Culturale. In merito ad alcune recenti pubblicazioni", Rivista Geografica Italiana, vol. 102, pp. 495-511.

Maguire, D.J. (1991) "An Overview and Definition of GIS", in Maguire, D. J. Goodchild, M. F., Rhind, D. W., Geographical Information Systems, Londra: Longman, vol. 1, pp. 9-20.

Moscatelli, U., Romano, D. J. (1998) "Evolutions: una rivista elettronica sulle dinamiche del paesaggio", Archeologia e calcolatori, vol. 9, pp. 343-345.

PC magazine (1999) Microsoft: condanna in vista?, Prima Pagina, dicembre.

Raffestin, C. (1986), "Punti di riferimento per una teoria della territorialità umana", in Copeta, C. (ed.), Esistere ed abitare. Prospettive umanistiche nella geografia francofona, Milano: Angeli, pp. 75-89.

Relph, E. (1976) Place and placelessness, Londra: Pion.

Relph, E. (1981) Rational landscapes and humanistic geography, Londra: Crooom Helm.

Relph, E. (1987) The modern urban landscape, Londra: Croom Helm.

Relph, E. (1989) "Responsive methods, geographical imagination and the study of landscapes", in Kobayashi, A., MacKenzie, S. (eds) Remaking Human Geography, Boston: Unwin Hyman, pp.149-163.

Richardson, M. (1981) "Commentary on: the superorganic in american cultural geography", Annals of the Association of American Geographers, vol. 71, pp. 284-287.

Sams.net (1996) Discover the World Wide Web with your Sportster, Second Edition. Sams.net Publishing.

Schein, R.H. (1993) "Representing urban america:19th-century views of landscape, space, and power", Environment and Planning D: Society and Space, vol. 11, pp. 7-21.

Symanski, R. (1981) "A critique of ‘The superorganic in american cultural geography’", Annals of the Association of American Geographers, vol. 71, pp. 287-289.

Turco, A. (1988) Verso una teoria geografica della complessità, Milano: Unicopli

Vallega, A (1999) Introduzione alla geografia umana, Milano: Mursia, 1999.

Vallega, A. (1978) "Il Paesaggio, concetto mitico", in Cassa di Risparmio di Savona (cura) Il paesaggio costiero della Provincia di Savona. Evoluzione e problemi, Savona: Cassa di Risparmio, pp. 303-314.

Vallega, A. (1985) "Paesaggio", in AA.VV., Gli strumenti del sapere. I concetti, vol. 2°, Torino: UTET, pp. 606-608.

Zerbi, M.C. (1993) Paesaggi della geografia, Torino: Giappichelli.

* Dipartimento di Scienze Economiche - Ca’ Foscari Venezia ^

° Il testo è frutto della stretta collaborazione dei due autori. La stesura finale spetta tuttavia a F. Lando per il paragrafo n.4 mentre il resto è di S. Bertazzon. ^

1 Si veda al riguardo: M.C. Zerbi (1993) ed A. Vallega (1978 e 1985), Circa una mia critica all’abuso del termine paesaggio si veda F. Lando (1995).^

2 Così il paesaggio è stato visto come un simbolo o una rappresentazione (Cosgrove Daniels, 1988; Duncan Ley, 1994,Schein, 1993); nella sua duplicità ideologica (Daniels, 1989); elemento centrale della riproduzione delle strutture sociali (Cosgrove, 1990, 1993); più diffusamente come un testo, una metafora, o come parte di un discorso (Barnes Duncan, 1992; Duncan, 1992; Duncan Duncan, 1998) ma anche moderno (Relph, 1981a, 1987) e postmoderno (è difficile qui dare una indicazione precisa, si vedano i molti articoli apparsi –sin dai primi anni– nella rivista Environmental and Planning D: Society and Space).^

3 Si tratta sostanzialmente della New Cultural Geography, della Radical Geography, della Humanistic Geography e della Postmodern Geography. Si vedano fra l’altro i continui riferimenti al paesaggio accolti sulle importanti riviste facenti capo a queste scuole di pensiero: Ecumene; Environmental and Planning D: Society and Space; Landscape Research.^

4 E’ difficile determinare in modo [quasi] preciso, come è stato fatto da H. Capel (1987) per le geografie determinista, possibilista, quantitativa o teoretica, le basi filosofiche della Geografia Umanistica che comprende geografi che hanno come punto di riferimento il materialismo storico, le fenomenologie, l’esistenzialismo, l’ermeneutica, la psicoanalisi... accomunati comunque "dall’obiettivo comune di vincere il dualismo cartesiano, sempre presente nella disciplina, e di interpretare il mondo attraverso una comprensione sintetica: olistica" (Lando, 1995, p.506).^

5 Circa la ripresa del termine Paesaggio Culturale, così strettamente legato alla tradizione della scuola "culturalista" nordamericana di C.O. Sauer, attribuendogli "nuovi valori" si veda: D. Cosgrove (1983, 1989, 1990), S. Daniels (1985, 1989) e D. Cosgrove P. Jackson (1987).^

6 Sono i due elementi fondamentali dei "paesaggi agrari" dei tradizionalisti storici del paesaggio, dei "paesaggi umani" della classica scuola possibilista vidaliana o dei "paesaggi culturali" di quella saueriana.^

7 Questa definizione appare, a p.86, nel terzo capitolo dell’edizione italiana di un libro di J. R. Gold (1985); un capitolo la cui stesura, nell’edizione originale inglese, è chiaramente attribuito a D. Cosgrove.^

8 Quella artistica è la seconda connotazione –dopo l’ideologica– che questo gruppo di studiosi analizzerà nel paesaggio: "un paesaggio è un’immagine culturale, un modo figurato di rappresentazione, una strutturazione o simbolizzazione di ambienti (surroundings)... un parco è sì più tangibile ma non è né più reale, né meno immaginario di un paesaggio dipinto o presente in un’opera letteraria" (D. Cosgrove, 1990, p.1). Si veda in particolare, oltre l’introduzione, i vari saggi raccolti nel volume curato da D. Cosgrove e S. Daniels (1988).^

9 Secondo D. Cosgrove questa definizione di paesaggio è presa dalla Tesi di Ph.D. di E. Relph, si veda il riferimento bibliografico a p.86 del testo di J.R. Gold (1985). Occorre però ricordare che una definizione analoga E. Relph nel suo Place and Placelessness (1976), il libro legato sostanzialmente alla sua Tesi di Ph.D., la riferisce –più congruamente con il suo approccio fenomenologico– al concetto di "place": si veda alle pp.46–49. E’ ben vero che egli, uno dei pochi geografi umanisti ad indirizzo fenomenologio, si interessa anche di paesaggio ma si riferisce quasi sempre all’urban landscape cercando di interpretarlo, secondo l’approccio fenomenologico, studiando le eventuali placelessness (Relph, 1981, 1987) o collegando "paesaggi e luoghi nel contesto della quotidianità della vita urbana" (Relph, 1989, p.149).^

10 Circa i rapporti fenomenologia/geografia, si veda E. Relph (1981b, 1985) e J. Pickles (1985).^

11 Si ha quasi la sensazione che questo gruppo di studiosi abbia proceduto ad una sorta "rimozione" del termine "landscape" attuando poi un "ritorno del rimosso" attraverso il termine "place": dal punto di vista del loro indirizzo di pensiero, legato all’esperienza del vissuto, il concetto di paesaggio (landscape) –in quanto interpretato secondo la tradizionale scuola di Berkeley– viene visto esclusivamente "naturalista ed obiettivista" mentre la nuova scuola umanista cerca di mettere in evidenza la "profonda soggettività del luogo". Circa i fondamenti culturali della scuola di Berkeley si veda il lavoro di J.A. Agnew J.S. Duncan (1981), e la disputa fra J.S. Duncan (1980, 1981), R. Symanski (1981) e M. Richardson (1981).^

12 E. Dardel (1986) non utilizza mai il termine luogo (lieu) ma solo paesaggio (paysage). Al riguardo E. Relph è stato sicuramente il primo a "scoprire" il pensiero di Eric Daldel che, attraverso lui, rappresenta uno degli autori chiave per capire il rapporto place/landscape della scuola di geografia umanistica nord americana. Inoltre Anne Buttimer –uno dei più importanti capofila di questo indirizzo– è una profonda conoscitrice del pensiero vidaliano e del concetto di paysage proprio della scuola francese.^

13 Proprio nell’ambiente degli architetti del paesaggio (landscape architects) la metodologia del GIS fu applicata ante litteram "a mano", facendo uso di tecniche quali la sovrapposizione di mappe disegnate su fogli trasparenti, si veda al riguardo l’interessante analisi–rassegna che ne fa J.R. Gold (1985, pp.182–199).^

14 Letteralmente "ecologia del paesaggio".^

15 La rivista Archeologia e Calcolatori pubblica spesso degli interventi sul tema. Si noti, in particolare il n.9 del 1998.^

16 Il termine navigare è comunque italiano, poiché l’inglese usa i termini browse o surf: il cui significato, secondo il Concise Oxford Dictionary, è per il primo "una lettura o ricerca frammentaria" mentre il secondo, pur legato all’ambiente marinaresco, significa "lasciarsi trasportare dalle onde"; ambedue i significati ben lontani dal concetto di navigazione.^

17 Anche qui il significato inglese del termine è forse diverso da quello italiano. "Virtual: that is such for practical purposes though not in name or according to strict definition" (Concise Oxford Dictionary) – Virtuale è ciò che è tale per fini pratici, ma non in nome di o rigorosamente secondo una definizione rigida.^

18 Proprio su questo terreno si svolge oggi la battaglia giudiziaria della Microsoft, citata in giudizio dall’amministrazione Clinton per aver sfruttato il suo predominio nel mercato dei sistemi operativi per vincere la concorrenza di Netscape (PC magazine, Dicembre 1999).^

19 Un WWW client, o browser, è un pacchetto software che consente di aprire (display) documenti formattati che contengono grafici e hyperliks. Il browser consente di navigare in Internet non già digitando comandi, ma muovendo il puntatore del mouse sull’hyperlink desiderato e cliccandovi per balzare (hop) al sito successivo.^

20 Nel 1994 gli autori di Mosaic, in particolare Marc Andreessen, lasciarono la NCSA per fondare la Mosaic Communications Corporation, oggi divenuta Netscape Communications Corporation, che presto avrebbe lanciato il primo Netscape, mentre solo nell’Agosto del 1995 Microsoft lanciò il suo primo Internet Explorer, contestualmente alla clamorosa uscita di Windows95 (Sams.Net, 96).^

21 E ora anche come un Comunicatore, rappresentato dalla rassicurante icona di un faro, che pare destinata, a soppiantare il più intraprendente timone.^

22 Basti pensare alla realtà dell’influenza della new economy (legata appunto ad Internet) sull’andamento delle borse mondiali nei primi mesi del 2000.^